[...] Ho vissuto il dopoguerra. Mi ricordo la rabbia di noi giovani scolarizzati e politicizzati che scoprivamo Tolstoj e Danilo Dolci, per le eredità che ci avevano lasciato le generazioni di intellettuali precedenti, due guerre mondiali, vent'anni di dittatura, il Paese distrutto, il servilismo di tutta la classe dirigente che aveva creduto di salvarsi prima nascondendosi dentro il fascismo, poi rinnegandolo, per salire sul carro dei vincitori. Ma almeno quell'Italia semianalfabeta e poverissima degli anni '30 aveva qualche ragione per essersi fatta piegare, la guerra prima di tutto. E il fatto che opporsi alla dittatura significava carcere o esilio o fame nera.
Oggi penso che abbiamo peccato di impazienza nei confronti dei nostri padri. Che cosa avrebbe rischiato la mia generazione di intellettuali a opporsi davvero alla deriva italiana? Nulla.
Passata la stagione degli anni '60 è iniziata quella del conformismo anche a sinistra, del lavoro intellettuale garantito, delle terrazze, degli assessori alla Cultura, del cinema assistito. Opporsi al sistema dei partiti, che è la metastasi italiana, significava al massimo rinunciare ai soldi di un convegno, ai buoni pasto, all'appartamento di un Ente, a una cattedra migliore, alla festa di una signora romana, alle scarpe da 500 euro.
Lo abbiamo fatto in pochissimi, il resto è rimasto a libro paga. E' entrato nella macchina del consenso, dei festival, dei premi letterari. La sinistra è voluta diventare spregiudicata quanto la destra. Come un po' di Kennedy e un po' di Don Milani per confondere le tracce, come piace a Veltroni. Ma la logica era la stessa: tessere, clientele, spoil system, finanziamenti a pioggia, maxi schermi, rincoglionimento di massa.
Sono stato sei mesi collaboratore della giunta Bassolino ai tempi del cosiddetto Rinascimento napoletano. Me ne sono ritratto con orrore. Ho scoperto che tra lui e De Mita, alla fine, era meglio De Mita perchè almeno un po' di cristianesimo in testa ce l'aveva. Bassolino nè il cristianesimo nè il comunismo.
La verità è che siamo governati dalle mafie e dalla politica. Siamo schiacciati dai debiti. Siamo in mano a una cricca che vuole fermare le inchieste della magistratura e la libertà di stampa. In compenso i nostri maggiori tecnocrati si battono per fabbricare il più alto numero di auto per intasare l'Italia e il Pianeta. Ma non sappiamo come liberarci dei nostri rifiuti. C'è un senso?
SIAMO TRAVOLTI DA UNA QUANTITA' DI INFORMAZIONI QUOTIDIANE, MA SAPPIAMO POCO O NULLA DI QUELLO CHE STA ACCADENDO.
Non so se vi sia un via d'uscita. Conosco solo qualche piccolo sentiero, per esempio quello DI FARE PICCOLE COSE E FARLE BENE.
Avere uno sguardo morale sulla realtà. Occuparsi della scuola, dell'economia del Terzo settore. Avvertire chi ancora non se n'è accorto che Nanni Moretti è morto e che Roberto Benigni è un cadavere. Che gli assessorati alla cultura sono un inganno e che la TV va spenta. E poi lavorare a progetti piccoli, maneggiabili. Frequentare minoranze, anche se Mao diceva che nelle minoranze può sempre esserci una maggioranza di imbecilli.
IO LEGGO I SEGNI CHE VEDO: L'INSOFFERENZA CHE CRESCE E IL SENSO CHE SI PERDE.RACCONTO A CHI INCONTRO CHE IL BERLUSCONISMO HA PEGGIORATO IL DISASTRO MORALE, MA NON LO HA FATTO IN ASSENZA DEGLI ITALIANI.
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